LA DIPENDENZA: UNA NUOVA VISIONE

 

LA DIPENDENZA

UNA NUOVA VISIONE

di Abheeru Roberto Berruti

Buongiorno a tutti,

sono Abheeru Roberto Berruti, Operatore Olistico certificato S.IA.F., conferenziere e autore del libro “Malattia è Trasformazione”. Da anni mi occupo di aiutare persone al limite della disperazione, che cercano aiuto per uscire da dipendenze gravi, in particolare quelle da sostanze stupefacenti e da psicofarmaci.

Ma che cos’è esattamente la dipendenza e come si origina?
La dipendenza è un programma della Mente Inferiore, gestito dal cervello Limbico: si origina da sentimenti negativi, nella maggior parte dei casi l’abbandono, l’impotenza e il fallimento, vissuti e registrati in memoria nella prima infanzia.
Dobbiamo aver ben presente che il cervello di un bambino, nei primi anni della sua vita, ha solo parzialmente sviluppato il suo potenziale di discernimento: funziona prevalentemente per associazioni che l’infante costruisce con-fondendo gli stati emotivi che vive con la sua personale lettura dell’ambiente che lo circonda, e che dovrebbe prendersi cura di lui.

Facciamo un esempio classico e purtroppo ancora molto attuale: il genitore che cerca di inculcare nel figlio i giusti modi di fare e agire, senza permettere al bambino di provare ad agire a modo suo: ovviamente il genitore si muove da un’intenzione amorevole ma, se ignora quello che può causare un eccesso di imposizioni e suggerimenti, non sa che il suo agire avrà conseguenze gravi sul processo di individuazione del figlio.
Il piccolo è spinto ovviamente dalla sua natura creativa a esplorare e curiosare, a farlo di sua iniziativa: come un animale deve provare scoprire strade nella selva, a procurarsi il cibo da solo; se non lo fa, se non può sentirsi un individuo libero, sa che non potrà essere completamente autosufficiente.
Il bambino desidera dal genitore solo supporto e incoraggiamento: spesso questo tipo di nutrimento non arriva ma, al contrario, arrivano “consigli” senza appello, dogmi indiscutibili su come si fanno le cose e leggi di comportamento fondate sulla sapienza assoluta degli avi.

Ecco che allora in questi casi il bambino vive un grave dilemma: non può non amare il genitore e ciò di cui necessita primariamente è di garantirsi che le fonti di amore siano con lui e vicine a lui.
Allora scende a una contrattazione con se stesso: “Se non posso esplorare la vita a modo mio, e se chi me lo impedisce è la mia fonte di amore, allora mi adatto a quanto mi viene imposto e castro la mia iniziativa.”

È una situazione assolutamente non gradevole e, per la sensibilità di un bambino piccolo, umanamente non tollerabile: “Che senso ha vivere se perdo il piacere di funzionare per come sono e per come mi sento?”
Qui interviene il cervello limbico preposto alla tutela psichico emotiva del bambino e scatena la sua arte protettiva e associativa: SE IL MIO POTERE DI AZIONE = LE PAROLE DEL PAPÀ/ SI FA COME DICE IL PAPÀ = ALLORA QUANDO AGISCO NON SEGUO LA MIA INTUIZIONE O IL MIO SENTIRE MA SEGUO LE VOCI REGISTRATE DEL PAPÀ.
Per rendere l’evento emotivamente accettabile, il limbico deve inventare un’interpretazione dell’accaduto che sia giustificabile e apparentemente piacevole: “In questo modo sono sicuro di non perdere l’amore del papà!” (senza però ricordare che quel tipo di amore arriva mescolato con tonnellate di suggerimenti condizionanti e limitanti per lo sviluppo della propria indipendenza).

La storia interpretativa “pseudo accettabile” diventa un pezzo della struttura di personalità del bambino in questione. Da grande, ogni volta che la vita lo condurrà a esprimere il proprio potere di decisione e azione, il cervello limbico si attiverà: penserà di dover proteggere ancora quel bambino dal ricordo di castrazione della sua iniziativa, e riproporrà quella memoria fissata in cui si dice che è meglio fare come il babbo.

Il problema grave in tutto questo è che quella creatura ormai adulta continuerà a leggere il proprio potere personale associato all’esistenza di un altro essere umano: il papà. Cioè nella sua psiche lui non esiste come individuo unico, da solo: esiste sempre e solo con a fianco l’immagine del papà.

Ogni volta che quell’essere umano si confronterà con qualcosa di nuovo e sarà necessariamente attivato nel cercare una risposta di azione, non potrà agire ed esistere da solo: dipenderà sempre dall’immagine del padre associata in memoria.

La protezione limbica, per quanto necessaria e fondamentale nella prima infanzia, diventa un limite enorme nello sviluppo dell’individuo.
Il cervello limbico è infatti atemporale: ritiene cioè che la memoria sgradevole stia accadendo sempre ora; inoltre non discerne: non è cioè in grado di valutare le conseguenze della strategia interpretativa adottata.
Quando “annusa” il pericolo di rivivere la memoria sgradevole, ripete il pattern protettivo di comportamenti e pensieri che ha memorizzato, oltre agli schemi associativi sull’identità.

Tutto questo genera una profonda dualità interiore, le cui conseguenze possono spaziare dal tentativo di annullarsi e alienarsi (in quanto ci si sente continuamente impotenti e incapaci), al perdere il senso di azione e iniziativa, al deprimersi, fino al generare malattie di dualità, come il cancro.

Il programma di dipendenza è quindi tossico a priori.
Ci è comodo parlare di tossicodipendenza solo riferendoci a chi fa uso di sostanze stupefacenti; in verità la tossicità di qualunque forma di dipendenza, visto che può condurre a malattie degenerative, può essere ben più grave che quella chimica causata dallo stupefacente.

Può sembrare paradossale, ma posso garantire che in tanti casi da me personalmente incontrati le sostanze stupefacenti hanno “salvato” la loro vita: sì, se quegli esseri umani non avessero trovato dei momenti di piacere, seppur momentanei e artificiali, non sarebbero stati in grado di tollerare la propria esistenza; si sarebbero suicidati.

Alcune forme di dipendenza sono socialmente accettate: una persona dipendente dal lavoro non viene emarginata dalla società, anche se la sua dipendenza lo porta allo sfinimento o alla malattia: chi lavora tanto viene considerato socialmente accettabile, o addirittura un esempio di sacrificio, qualcuno da premiare. Allo stesso modo le dipendenze affettive non vengono considerate come un problema che può inquinare la vita intera di una persona: in Italia è a tutt’oggi una prassi vedere la maggior parte dei trentenni vivere nella dimora dei genitori e dipendere materialmente e sul piano decisionale da essi.

La verità è che la stragrande maggioranza degli esseri umani nella cultura occidentale vive in qualche forma di dipendenza e attaccamento. Si può essere dipendenti dal lavoro; da un luogo fisico, come la casa di proprietà; da animali domestici; da hobby; dal denaro; dalla propria immagine personale e fisica; da farmaci e psicofarmaci.
La lista può essere estesa a N altre fonti di possibile attaccamento.

I tossicodipendenti rappresentano solo una piccolissima minoranza della tribù dei dipendenti.
Oggi c’è una larga fetta della società affetta dalle nuove “epidemie invisibili”, come la depressione, l’apatia, la noia: queste malattie generate da cause invisibili sono spesso figlie della dipendenza da vincoli affettivi familiari.
Inoltre è altrettanto interessante sottolineare come la maggioranza dei tossico dipendenti non provenga dai bassifondi sociali, bensì da famiglie iper strutturate e benestanti, nelle quali non era concesso ai figli di uscire dagli storici pattern comportamentali famigliari.

Come uscire dal programma della dipendenza e tronare alla propria integrità di individuo?

Occupandomi principalmente di recuperi di casi di tossicodipendenza e di dipendenza da psicofarmaci, condividerò la mia personale esperienza in questi ambiti e il metodo da me sviluppato.

Le strategie offerte dalle strutture pubbliche o parastatali per il recupero dei tossicodipendenti (vedi i Sert o le comunità) hanno un’impostazione fondata su: privazione assoluta e immediata della sostanza; sostituzione dello stupefacente con farmaco (vedi metadone e buprenorfina per eroinomani e cocainomani); rieducazione sociale al vivere e condividere in gruppo; rieducazione alla disciplina degli orari e del lavoro; il tutto propedeutico a un ipotetico reinserimento dell’individuo nella società.

Non metto in dubbio la bontà intenzionale di chi struttura questi tipi di recuperi: apro certamente invece una sana discussione sui risultati ottenuti, visto che sul territorio nazionale la percentuale dei casi di successo è sotto il 3%. Questa percentuale è valutata su una scala dai 5 ai 10 anni dopo il periodo di recupero in comunità; su soggetti che in quel lasso di tempo non hanno più usato sostanze, né psicofarmaci; che non hanno avuto bisogno di sostegno dalle strutture pubbliche preposte; che si sono in qualche modo reintegrati nella società.

Vuol dire che abbiamo un 97% di casi irrisolti.
Non ritengo questo dato un successo, soprattutto considerando una realtà sociale che oggi vede l’aumento, e non una diminuzione, dell’utilizzo di stupefacenti: soprattutto nella fascia di età tra i 16 e i 35 anni.

La panoramica sulle possibilità di recupero per dipendenza da psicofarmaci è ancora più buia: chi entra nel circolo vizioso di utilizzo dei farmaci proviene da una ovvia difficoltà esistenziale, e ne fa uso perché un qualche ente medico, in mancanza di alternative terapeutiche, glielo ha prescritto. Il problema è che non esiste letteralmente un’assistenza per la gestione degli effetti collaterali generati da psicofarmaci, come per esempio: indebolimento della capacità discernente; annullamento della volontà; incapacità di percepire gli stati emotivi; apatia; noia; inefficienza fisica; disturbi a medio/lungo termine sul piano fisico e del sistema nervoso.
Non sono effetti da sottovalutare.
Se il farmaco inizialmente può risultare necessario e fondamentale per aiutare la persona a passare una crisi psichico/emotiva/attitudinale, a lungo termine si rivela un elemento di dipendenza e un inibitore dell’azione. Quando si prende coscienza che il malessere è stato solo “adattato” ma non risolto, se si decide di disintossicarsi dai farmaci si scopre che non ci sono strutture preposte né forme di assistenza.

Idem per chi usa i farmaci sostitutivi degli stupefacenti: si toglie la sostanza su cui era attiva la dipendenza e la si sostituisce con farmaci che creano a loro volta una dipendenza…. Come togliamo poi la nuova dipendenza?

Dal mio punto di vista il fallimento di queste strategie di recupero è destinato a perdurare.
Non lo si può imputare alle intenzioni e alla buona volontà di chi cerca professionalmente di aiutare i propri simili in difficoltà: ma certamente dobbiamo prendere coscienza che non si può recuperare integralmente un tossicodipendente se non si considera quanto precedentemente condiviso riguardo la memoria limbica e il processo di individuazione.

A me piace sempre ragionare dal piano dell’Intelligenza Superiore, che governa il Creato e che è viva e presente in ognuno di noi: mi piace sempre accogliere il vissuto delle persone senza dare valutazioni critiche.
Per me un tossicodipendente non è uno scarto sociale, un inetto o un fallito: è un’anima che ha coraggiosamente cercato una strada (sì, ci vuole molto coraggio a entrare nel mondo delle droghe) per sopravvivere a un profondo disagio di identità e appartenenza.

Nelle droghe va a cercare il piacere perduto; un momento di silenzio e quiete mentale; un momento di libertà dalle tenaglie mentali che lo affliggono; attimi di libera immaginazione su un futuro possibile; spazi di disinibizione nei quali rivivere per qualche istante la possibilità di dire parole di verità e toccare il corpo di un altro essere umano.

Se ci fossero spazi pubblici dedicati alle cose che un tossicodipendente va a cercare sotto l’effetto di una sostanza, forse risolveremmo il problema.
Ma la società moderna non prevede nulla di tutto questo. A cominciare dall’educazione scolastica nell’infanzia, siamo soggetti a introiettare e subire messaggi subliminali riguardanti la nostra posizione sociale e il valore personale: “Se ti adatti e prendi un buon voto sarai ben accetto; se non ti adatti e prendi brutti voti non prevediamo nulla di costruttivo per te, sarai un umano di serie B.”

Se vivi male perché sei dominato dalle reazioni limbiche, puoi prendere farmaci.
Se diventi dipendente dai farmaci, puoi prenderne altri per provare a disintossicarti.

Ma nessuno si occupa del piacere perduto.

La memoria limbica, come visto nell’esempio riportato, ci tutela dall’eventualità di rivivere la perdita di piacere registrata nell’infanzia. E per farlo ci costringe a ripetere infinite volte le informazioni interpretative e giustificative dell’accaduto: se sono informazioni di dipendenza, dipendenza sarà.

Allora mi domando: come posso pensare di guarire un essere umano che ha cercato disperatamente di riassaporare il piacere, a costo di autodistruggersi; che in quella ricerca del piacere perduto ha provato a dare un senso a questa vita, in questa società, se non considero come rifargli vivere il piacere in modo naturale e autentico?

Come posso pensare di aiutarlo togliendogli l’unico salvagente di piacere artificiale che è riuscito a procurarsi e sostituendolo solo con regole, disciplina e lavoro?
Non è che forse si era diretto nel mondo delle droghe proprio perché non riusciva a trovare un piacere e un senso nella società del lavoro e dei bei voti?

Il “buco” emotivo generato dalla perdita del piacere nell’infanzia accade in proporzioni variabili a tutti noi ed è per il noi stesso bambino umanamente intollerabile.

Nasciamo come esseri di piacere: per quello stare vicino a un neonato è un momento di benessere.

Se mi dicono che non posso agire liberamente non vivo la creatività; perdo il piacere di essere e per adattarmi a quell’imposizione vado contro la mia stessa natura.

La massa sopravvive a questo rendendosi dipendente dagli schemi imposti, come il lavoro; la pensione; la cifra di denaro che qualcuno ha deciso giusta per te; il piacere “recintato” nei giorni e negli orari preposti da altri.
Alcuni più sensibili e meno adattabili a questa falsa felicità e falsa indipendenza non riescono a sposare lo schema di vita offerto dalla società: per sopravvivere e non suicidarsi si procurano allora un piacere artificiale. Seppur momentaneo è meglio del nulla.
È un gesto di disperazione che nasce dal non trovare attorno a sé un riflesso umano, una giusta informazione che riaccenda la fiducia nella possibilità di vivere connessi al piacere.

A questa realtà non è stata ancora trovata una soluzione: e tutti ci siamo adattati all’idea che va bene così. Almeno fino a quando la stessa realtà non ci tocca da vicino.

Io porto il contributo che posso con un programma di recupero che ho strutturato, chiamato “Opening the Seed”: in inglese vuol dire “Schiudere il seme”.

Il programma considera gli aspetti della condivisione di gruppo e del rispetto delle regole del luogo in cui si vive.
Riguardo il riattivarsi mentalmente e fisicamente è importante risintonizzarsi sugli orari che corrispondono ai bioritmi di giorno/luce/sole/energia attiva e notte/buio/luna/energia passiva.
Per l’argomento lavoro consideriamo due aspetti: una parte di lavoro fisico nella terra, a contatto con la natura e gli animali, propedeutico al recupero dei sensi e della percezione corporea e funzionale al ripristino dei ritmi naturali di vita e alla buona qualità della perseveranza; una parte dedicata allo sviluppo dell’intelligenza creativa.

Il cuore pulsante del processo “Opening the Seed”, e qui sta l’aspetto innovativo che sta producendo risultati di recupero integrati e reali, è un lavoro di recupero cosciente della memoria del piacere.

Lo facciamo seguendo tre direzioni di lavoro.
La prima è la consapevolezza corporea: non facciamo semplice ginnastica per i muscoli; pratichiamo tecniche di rilassamento e meditazione attiva; tecniche di percezione e definizione del corpo, che significa anche ripristinare la definizione/individuazione di sé; lavoriamo sul sentire e sull’ascolto profondo del corpo, elementi che riportano la persona in un contatto intimo con se stessa. Diventare consapevoli del corpo aiuta enormemente a stare nel momento presente e rafforza la fiducia di esistere.
Inoltre il corpo è costituito dalla memoria del piacere: infatti si genera in origine da un atto di piacere e una delle memorie fisiche primarie è appunto quella del piacere; una percezione attiva e consapevole del corpo significa quindi avere accesso a una fonte di piacere sana e sempre disponibile.

La seconda direzione è la liberazione delle memorie limbiche su cui si fonda il programma di dipendenza attivo nel soggetto.
Non si può cancellare nessuna memoria attiva nel cervello, men che meno quelle archiviate dal Limbico protettore. Non si può pensare di evitare, con il lavoro e la disciplina, una memoria negativa potentemente accesa nella psiche, né provando a distrarsi o a pensare positivamente.
Quello che si può fare è di rielaborare la qualità emotiva in cui è incapsulata la memoria e trasformarla da negativa in positiva.

Per farlo occorre imparare a fare dei passaggi obbligati.
Innanzitutto serve rivivere coscientemente i contenuti della memoria: non è necessario ricordare la memoria originale della prima infanzia (cosa spesso difficile per molti); è sufficiente riprendere l’ultima volta in cui si è ripetuto il pattern emotivo/comportamentale che attiva la dipendenza. Questi contenuti sono nel cervello e sono richiamabili a piacimento.
Imparando a “entrare” coscientemente in quel fotogramma si è in grado di percepire:
le emozioni e il sentimento in cui la persona si trova immersa quando ripete la dipendenza; gli stati fisici e le forme pensiero associati; la vecchia strategia interpretativa di sostituzione del piacere perduto.
Soprattutto si è in grado di cogliere il bisogno profondo e irrisolto che la persona continua a credere irreparabile e che copre compulsivamente con le sostanze.

La presa di coscienza del bisogno conduce all’azione consapevole e trasformativa.
Il soggetto viene accompagnato in un processo di liberazione delle emozioni implose collegate al bisogno insoddisfatto; viene poi guidato a fare l’azione mancante in memoria, quella cioè che appaga il bisogno.
Questo passaggio viene prima fatto sul piano immaginativo/psichico: si genera così nel cervello una nuova versione della stessa memoria, questa volta “completa”, cioè appagata e con un ambiente emozionale positivo e piacevole; la memoria viene così catalogata come accettabile e resa libera dalle reazioni automatiche protettive e limitanti.
Riprendiamo l’esempio del bambino e del padre: si entra nel fotogramma mnemonico; il se stesso adulto che entra nel fotogramma va ad accogliere il bambino impotente; lo aiuta a riprendere la sua libertà di azione; lo aiuta a comunicare alla figura del padre, anch’essa presente nel fotogramma, quanto per lui sia importante poter agire liberamente; si riappacifica col padre; scioglie il sentimento negativo presente; si sente bene e nel piacere creativo; chiude il fotogramma con un’esperienza sentita e reale di libertà e indipendenza.

Dopo questo passaggio trasformativo il soggetto ha nel cervello un nuovo link sentito, e non mentale: sa che darsi la libertà di agire ora non corrisponde più alla presenza fissa del padre ma a una nuova sensazione viva di piacere e possibilità.

Nell’immagine personale che ha di sé si apre un’informazione nuova: posso agire, funziono da solo, sono indipendente. A questo deve seguire poi l’azione reale: il soggetto, nel momento in cui si attiva la compulsione da dipendenza, ricorda quale bisogno gli serve soddisfare e se ne occupa in tempo reale.

La terza direzione in cui si sviluppa il programma è l’attivazione della memoria del piacere associata ai desideri della persona.
Ogni desiderio nasce da una spinta verso il piacere: cerchiamo qualcosa che non abbiamo, che ci manca, per stare meglio e meglio godere di noi stessi e della vita.

Consideriamo un giovane tossicodipendente che si reca a cercare aiuto in una comunità: la spinta verso il piacere che lo aveva condotto a usare sostanze ora lo porta alla ricerca di aiuto.
Se il ragazzo non è consapevole di quello che sta cercando, cioè il recupero del piacere perduto, non sa che il desiderio di guarire non riguarda primariamente avere un lavoro o ritornare nella vita sociale.

I programmi mentali limbici gli diranno che per guarire dovrà tornare a essere un ragazzo bravo e accettabile: lo ricondurranno proprio ai contenuti che hanno in origine causato la dipendenza da sostanze!

Per guarire dal programma della dipendenza è fondamentalmente prima di ogni altra cosa recuperare la percezione cosciente del piacere: è il motore che ci attiva nella vita; è la memoria primaria del nostro corpo fisico; è il linguaggio comune che scambiamo con la natura di cui facciamo parte.

È solo nella consapevolezza della memoria del piacere che si possono fare scelte autentiche, sentite, vicine alla realtà umana e ai limiti della propria persona.
Se agisco collegato alla percezione del piacere, qualunque cosa sceglierò sarà un successo.

Non solo. Avrò la comprensione più grande: l’unico piacere reale, sempre disponibile e accessibile, non è in nessuna sostanza: è già in me! Dalla nascita: Sono Io!!


Scrivi i tuoi pensieri